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Giocare per essere liberi

Platone scriveva che «l’uomo è fatto per essere un giocattolo, strumento di Dio, e ciò è veramente la migliore cosa in lui. Egli deve, dunque, seguendo quella natura e giocando i giochi più belli, vivere la sua vita, proprio all’inverso di come fa ora».

Aristotele distingueva il gioco dal lavoro e lo assimilava alla felicità e alla virtù, poiché come queste il gioco non nasceva per necessità ma si caratterizzava per l’autosufficenza e la libertà. Tutta la società poi è un grande gioco, nel quale ogni pezzo si muove secondo regole predeterminate.

Kant riprende l’elemento fondante della libertà nel gioco e lo associa all’estetica dove il giudizio di gusto si fonda sul «libero gioco delle nostre facoltà conoscitive» dell’immaginazione e dell’intelletto. Kant vede nel gioco anche una funzione biologica di sviluppo materiale e spirituale nell’uomo.

Friedrich Schiller vede nel gioco quell’attività che fra tutti gli stati dell’uomo è ciò che lo fa completo e che realizza l’accordo della sua duplice natura che oscilla tra sensibilità ed intelletto, materia e forma. Il gioco è un’attività ineliminabile nella natura umana che non persegue alcun fine esterno a sé stessa, né esso è ispirato da un preciso scopo razionale, ma è un atto dove sensibilità e razionalità convivono nell’azione ludica rendendo l’uomo libero. In questa armonia di forma e materia si realizza la bellezza e l’essenza umana per cui «l’uomo è completamente uomo solo quando gioca»

Hegel parla del gioco, dicendo che esso «nella sua indifferenza e nella suprema leggerezza è la serietà più elevata e quella unicamente vera».